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mercoledì 5 febbraio 2014

La marmotta di Vancouver Island

Non ho un'opinione su tutto, per fortuna. Per questo da un po' di tempo non scrivo.
Potrei dirvi che, da qualche mese, seguo un corso di danza contemporanea che mi riporta con il cuore nella Ridente dove per anni ho ballato sentendomi veramente molto figa. Poi l'abruttimento, il mondo del lavoro, la Big e i suoi ritmi, le mille scuole di danza provate ma nessuna giusta per me. L'ho trovata solo ora, e ne sono felice. Odio la palestra così anonima, meccanica, ripetitiva, affollata, con vista su strada trafficata - dai è sempre o quasi così-, con i corsi dai nomi bizzarri ma nella pratica tutti uguali. Donne agguerrite e infelici, sudano come pazze, vivono lì dentro, hanno dimenticato il piacere di arrivare a casa la sera e godersi un bicchiere di vino davanti a un film, concedersi una fetta di torta e sdraiarsi a letto con libro e computer. 
Ho smesso anche di fumare, così, naturalmente. Fumavo poco, e ora mi interessa ancora meno. Ho raggiunto una tale autocontrollo che se ne fumo una al mese va bene, mi fermo lì e non ci penso mai.
Ho tagliato i capelli, un po', non tanto, ma accorcerò ancora.
Ho cominciato a cucinare più spesso, a curiosare tra i blog di cucina,  ad aver voglia di preparare qualcosa di mio dall'inizio alla fine.
Che noia, vero? Ma vi assicuro che non sono diventata miss perfettiny, nonostante non abbia ancora iniziato a drogarmi (cosa ormai più rara della marmotta di Vancouver Island);  continuo a non sopportare le stronzette che popolano il mio ufficio, le schienate che di tanto in tanto incontro in giro, le gattemorte, i paraculi arrogantelli e le tizie che instagrammano la loro disperazione dando a me e alle mie amiche materiale succoso su cui di tanto in tanto discutere e scherzare, velenose come vipere.
E poi sabato sera sono tornata a casa con un mojito di troppo in corpo con conseguenze da adolescente l'indomani mattina.
Per fortuna non ero sola. Perché, nel frattempo, mi sono pure innamorata.


lunedì 22 ottobre 2012

Impara l'arte e mettila da parte

Ho comprato un nuovo libro di cucina.
L’ennesimo.
Si vabbè, faccio ridere, lo so.
Però fa arredamento.
Fa Cool.
Sì, perché ora tutti sanno cucinare.
Tutti tranne me, che so fare solo torte.
Scoppiata la moda dei cooking show, improvvisamente ci riscopriamo cuochi perfetti.
E allora si sperimentano piatti al limite della follia (ho sentito qualcuno che ha cucinato un’anatra nella lavastoviglie), pur di stupire e ed essere di più di qualcun altro.
Foto e foto di piatti luculliani preparati in modo sublime grazie alla ricetta di un cuoco tibetano o alle raffinatissime tecniche di un maestro polacco o più banalmente seguendo la Parodi e il suo rosmarino liofilizzato, cene in casa “improvvisate” ma in realtà pensate da mesi, il trionfo della creatività e delle calorie.
Peccato che nei ristoranti della Big si mangi di merda.
A parte qualcuno inaccessibile, tendenzialmente è così. Sono emiliana e con ragionevole supponenza, in questo caso posso permettermelo, da noi è un'altra storia. Anche i piatti regionali o le pietanze tipiche della Ridente sono terribilmente più invitanti di quelli milanesi.
Il milanese nella cucina arranca. Detto ciò non significa che non ci siano posti molto carini e altrettanto buoni dove assaggiare piatti resi commestibili dalla creatività di cui sopra grazie alla quale la cucina della Big prende una piega meno tristanzuola. Spopolano perciò alternative al menù della tradizione che solo a nominarlo mi fa un po’ angoscia, quasi quanto il weekend al Lago.
Nessuno si offenda, ma volete mettere il gnocco fritto (sì, IL non LO, se dici LO non sei emiliano) paragonato ai, che so, nervetti? Riso giallo? Detto risetto con una E talmente aperta che fa venire i brividi.
No dai, nella Ridente, anche se spesso non c’è proprio niente da ridere, i piatti della tradizione fanno allegria anche solo a pronunciarli.
E capisco quelli che, tornando nella Ridente da città più Big per brevi o long weekend, ripartono stipando e nascondendo in valigia salami, formaggio, aceto e quant'altro tra una mutanda e l'altra; è una scena raccapricciante alla Totò e Peppino, una debolezza a cui cedo spesso anche io, muovendomi con sacchetti e sacchettoni pieni di provviste, manco dovesse iniziare la guerra.
Direi che sono molto ricettiva al tema, anche se a malapena so approntare una cena senza l’aiuto del Signor Picard o senza seguire passo a passo una ricetta spiegata davvero passo a passo, che significa non solo scrivere t-a-g-l-i-a-r-e  l-e- z-u-c-c-h-i-n-e- a -r-o-n-d-e-l-l-e, ma dire esattamente come farlo aiutandomi a capire, possibilmente con l’uso di immagini.
Forse sono solo frustrata perché non riesco con facilità? È che non ne ho voglia, ci metto tantissimo tempo, che potrei impiegare in qualcosa di più costruttivo, tipo scrivere il mio blog o farmi le unghie.
Una volta è successo che un’amica, per far capitolare un uomo, ha contattato un delivery, imbastito il tutto e preparato anche il terreno di guerra, ovvero sporcato all’inverosimile la cucina per fargli credere di aver prepararto lei il più buon tiramisù della Big e dintorni.

Io faccio outing così, che ormai è inutile mentire. La soluzione è trovare un uomo che cucini per te, cioè per noi, donne della Ridente e non, ma sicuramente tutte poco massaie.
Uno dei punti fondamentali quando mi imbatto in un maschietto è quindi carpire subito quanto ci sa fare ai fornelli. Non solo se sa arrangiarsi con un uovo sodo, ma proprio se sa cucinare veramente.
Quindi, ragazze, se per caso vi invitasse a salire su a casa, fondamentale osservare, ancor prima della collezione di farfalle, la libreria o mensola sopra lo Smeg rosso fuoco e individuare quanti e quali libri di cucina popolano il suo loft all’ultimo grido, quanto sono impolverati-più o meno dei vostri?- e metterlo alla prova.
E voi, ragazzi, imparate l’arte e mettetela da parte. Alla peggio accumulate libri di cucina e poi seguite la tecnica dell'amica genio, ovvero chiamate un delivery ricordandovi di buttare via contenitori brandizzati e di sporcare ben bene qua e là.
Oppure basta seguire i consigli di lei, Julia Child, icona della cultura popolare statunitense nonché la donna che ha insegnato a cucinare a generazioni di americani. Che di cucina non capiscono nulla, ma lei, che in Francia ha imparato e poi diffuso il verbo nel mondo, è davvero VintaZ.

E Julie &Julia ci fa sentire tutte un po' Julie.