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venerdì 18 ottobre 2013

Donna Calatrava


Mi ero ripromessa di non incasellare più in categorie standard gli uomini su cui inciampo, o che mi scelgo. Gli uomini. Non le donne. Quindi, avete mai sentito parlare della donna Caronte? Ma sì, quella povera sventurata che si trova a ricoprire il fastidiosissimo ruolo di traghettatrice del suo uomo, nel senso di accompagnarlo inconsapevole -lei e forse anche lui- dalla storia precedente, magari piuttosto importante, sofferta, sentita, a quella che funzionerà, a quella che aspira alla giustezza. All'Amore, dunque. Solo che il passaggio avviene sul corpo, spirito, progetti e desideri di lei. Un ruolo infame. Non tutte perfortuna si ritrovano ingabbiate in questa situazione, alcune temo siano più portate di altre. Ci sono segnali, spesso confusi, che possono mettere in allarme la malcapitata, segnali che saranno sempre e comunque letti in modo sbagliato. O troppo tardi. Io la definisco la donna Calatrava, in omaggio alla Ridente. Di fatto l'idea del ponte rende bene il passaggio da una vita precedente a una del tutto nuova, che scombina l'esistenza. Se le donne aprissero gli occhi e provassero a quietare l'indole da crocerossine forse sarebbe evitabile, se gli uomini si prendessero tempo per non fare patetici pasticci, anche.
Come quella volta che ho incontrato un amico a una festa nella Big il quale, dopo avermi appena confidato il suo grande amore per la nuova fidanzata arrivata dopo un sofferto matrimonio, stava già limonando con una che passava di lì. La storia è andata avanti, tra un limone e altro, per poi concludersi tra lacrime e svuotamento di lei che se lo è visto andar via fedele e innamorato con la donna che forse aspettava da sempre. O quello che era andato anche a convivere, con tanto di cane, casa, progetti ma che poi, guarda caso, era sempre da solo, e anche quando era con lei ai miei occhi sembrava su un altro pianeta. Ovviamente poi lo vedi rinascere dopo una "breve parentesi" di 5 anni a fianco di un'altra, per la quale farebbe ogni cosa. Non siamo di fronte a storie che normalmente finiscono, sono proprio passaggi, donne Calatrava che  si fanno carico di uomini confusi, insicuri, fragili riconsegnandoli al mondo più sereni, a che prezzo però.
No, non ce l'ho la soluzione. Ho solo una grande comprensione per loro.





giovedì 26 settembre 2013

Kryptonite



Ho capito che non è un problema geografico, perchè puoi abbandonare la Ridente per la Big, tornare nella Ridente il weekend e dimenticarti della Big, puoi viaggiare e cambiare città, che tanto loro sono ovunque, fanno parte della nostra esistenza e bisogna conviverci. E difendersi.
Lontane anni luce dalla mia idea di Femmina, ma preoccupantemente vicine a quella di troppi uomini, medi o no. Le gattemorte, che in realtà sono vivissime. Così perfettinamente impacchettate, con le loro espressioni da pulcini spauriti e le pose da scolarette un po' timorate.
Tutto è studiato per far capitolare l'uomo che, si sa, è mediamente stupido e guidato dal fatto che possa immaginare fantasie erotiche strabilianti con queste ragazze dallo sguardo un po' verginale, che ecco loro non sanno bene come si fanno certe cose, e invece le sanno fare eccome, ma non sta bene, eh no che non sta bene, e quindi adottano tutta una serie di pose certificate e riconosciute per titillare il senso di protezione del maschio alfa.
Pose falso infantili, tono di voce simile a quello di una perpetua, risatine sceme, sguardo da cerbiattona sempre un po' intimidito perchè loro non guardano negli occhi, loro si nascondono fintamente imbarazzate, quando in realtà già stanno pensando a come tramortire il maschio inconsapevole di turno, perchè l'obiettivo è conquistare, e ottenere.
Non hanno carattere, sono solo molto furbe, si concedono ma mica subito e soprattutto non eccessivamente. Non sperimentano perchè vivono di cliché, e quindi a parte gridare come pazze e fare tutto quello che vuole l'uomo, hanno l'inventiva di un criceto nano.
Regalano un cd a Natale, perchè il pensiero è quello che conta, a fronte però di un costosissimo gioiello che casualmente avranno segnalato al povero imbecille che ha abboccato.
Trovano una barriera solo in quei casi in cui si imbattono in uomini, molto pochi, alla ricerca di donne meno costruite, più indipendenti e dal sorriso aperto. Per la gattamorta questa è la vera kryptonite. Teniamolo presente e andiamo avanti.

mercoledì 7 agosto 2013

La teoria delle ragazze italiane



Sono riflessioni che nascono così, alle 2 o 3 del mattino nella piccola Perla.
Dove tutto può ancora accadere.
Che se si pensa che non succede mai niente, si viene puntualmente smentiti.
Il discorso ruotava intorno alla sindrome di Peter Pan che colpisce 9 uomini su 10, la terribile attitudine di vita che rende tutti i suddetti soggetti pericolosissimi.
C'è chi sostiene che sia tutta colpa delle madri, c'è chi dice che per natura gli uomini sono geneticamente esseri un po' difettosi, un po' duri di comprendonio, si direbbe dalle mie parti, motivo per cui culturalmente dai tempi dei tempi schiacciano le donne con la forza e la brutalità anche figurate, perchè poi sotto sotto non hanno altri mezzi.
E poi c'è la teoria delle ragazze italiane, come ci sentiamo noi (per colpa delle madri?):
da un lato siamo emancipate, forti, indipendenti, per natura eh, solo che ai tempi di mia nonna mica potevi mostrarlo così, ora invece i tempi dell'individualismo lo richiedono quindi via libera a essere talvolta anche un po' fastidiosamente virago; dall'altro siamo materne e protettive anche all'eccesso verso fidanzati/compagni, alimentando così il loro handicap, perpetuando il gran danno iniziato dalle madri.
Beh, vi confesso amaramente che sono piuttosto d'accordo.
Tenendo ferme queste teorie, certi maschietti arrivano ai 40 anni che come piccoli adolescenti non sanno affrontare e gestire situazioni volute anche da loro, e nella loro piccolezza sembrano degli inetti incapaci anche di dire ciao il giorno dopo essersi portati a letto una donna. Impauriti, probabilmente invischiati in mille altre situazioni, preferiscono la strada della codardia, della maleducazione, della forza fisica. Che quella intellettuale l'hanno già persa da tempo. Poveri loro, talvolta rimasti senza mogli le quali, dopo aver creato mostri talvolta capricciosi e talvolta cafoni, si sono accorte dell'incubo e sono scappate lasciando a noi, donne libere e ancora speranzose di poter arginare il danno, questi piccoli hadicappati relazionali.
Qualcuno li aiuti e ce ne liberi.



mercoledì 5 giugno 2013

Il centro è uno, si sa.


Credo che le persone che chiamo egocentiche e di cui ho già scritto abbiano ciò che a me manca, e che quindi alla fine desidererei un po', ovvero il coraggio di buttarsi, di prendersi il proprio spazio, di conquistarsi un centro. Di fatto una parte di spazio appartiene anche a me, perchè spesso rinunciarci? Soprattutto, perchè passare sempre da una rinuncia, che tanto poi mi si ripropone puntualmente sottoforma di frustrazione, delusione, tristezza, incazzatura?
Quindi, anche se alcune persone lo fanno a volte in modo maleducato o accecante, rimane che anche io vorrei un po' il mio centro. Tutto sommato non mi sembra sia poi così male. 
Bisogna però allenarsi molto, la strada per chi aspetta che sia l'altro ad accorgersi della propria esistenza è lunga e tortuosa.  Bisogna schivare amiche che si impongono e altre che si irrigidiscono se se tu tenti timidamente di recuperare un po' di spazio. Loro, abituate a prenderselo, non tollerano alcuna forma di ribellione o invasione. Il centro è uno, si sa.
Da dove comincio? Potrei iniziare raccontando di me al ragazzo incrociato per caso in un viaggio e incontrato poi altrettanto per caso nella Big; ragazzo che mi intrattiene parlandomi di lui per un'ora davanti al solito locale, un venerdì sera qualunque. Alla fine se mi ha parlato di sé per un'ora vorrà dire che qualcuno, cioè io, glielo ha permesso.
E magari questo è pure tornato a casa pensando "che strana quella ragazza, non mi ha detto niente di lei".
Per ora un buon proposito alla volta.


mercoledì 8 maggio 2013

Oltre le gambe c'è di più.

 

Ho sempre pensato che peggio dell’uomo maschilista, arrogante e presuntuoso ci fosse poco o niente.
Poi, arrivata nella Big, mi sono scontrata con la dura realtà e, crescendo, sono riuscita a metterla a fuoco e a dare un nome a quella razza che contribuisce ogni giorno ad accrescere la mia intolleranza verso un certo tipo di umanità che di base fa schifo.
Parlo della donna maschilista (arrogante e presuntuosa) .
È un po’ che ci penso e allontano l’idea di curarmi di loro. Ma forse, scriverne, potrebbe essere liberatorio una volta per tutte.
Le donne maschiliste mi fanno venire l'orticaria, la pancia gonfia e oltretutto sono così concettualmente sbagliate, paradossali, ossimoriche, che stridono come il gesso sulla lavagna, come il ghiaccio bollente, come vedere un gatto al guinzaglio, come Valeria Marini casta e pura inguainata nel suo abito di pizzo, insomma di difficile digestione. Non tanto perché io sia particolarmente femminista o votata alla causa dell’utero e mio e me lo gestisco io. Chissenefrega. Ma adottare comportamenti discriminatori e misogini non mi va giù in un uomo figuriamoci  in una donna.
Mi rimane proprio lì, con un senso di tristezza infinita.
Eppure sono tra noi, queste mezze donnette colme di frustrazioni e bisogno di rivalsa che se la prendono con donne che sono donne.
Giusto per filosofeggiare un po’, è come dire la differenza tra femmina e guagliona; loro si credono femmine, ma in realtà sono guaglione che non sono riuscite a fare il passo avanti e sono rimaste intrappolate nelle loro fragilità senza mai accettarle né prenderne consapevolezza, e quindi si arrabattano (termine tecnico) per arrivare, riuscire, lottare, conquistare. Mentre una Femmina è consapevole dei suoi limiti, è fatta e finita, in grado di convivere con le proprie debolezze ed esaltare le proprie qualità. Senza scapicollarsi inutilmente (altro termine tecnico).
E allora se sei Femmina e oltretutto poco più grande di me, non mi chiederai mai a un colloquio di lavoro se ho intenzione di fare un figlio con quel piglio inquisitorio e quegli occhietti da strega, e nemmeno mi guarderai come fossi solo un pezzo di carne da dare in pasto al manager della situazione, che mi fai sorridere per quanto piccola sei intrappolata e costretta.
Il tono di voce, le movenze e le battute da ape regina, il ronzare intorno al capo uomo per poi ripeterne e spalleggiarne le battute e le considerazioni da minus habens mi fanno ribrezzo fino a sfiorare una gran pena.
Pena perché sono schiacciate, inutili, inquinanti per l'umanità tutta e talvolta pure dannose ad altre donne che sono Femmine dotate di intelletto superiore.
Così, per dire.

lunedì 3 dicembre 2012

Sapessi come è strano

Ore 21.45. Occhiaie d'ordinanza, lunedì sera, appena uscita dall'ufficio. Già la premessa fa capire che c'è qualcosa che non va. Taxi per tornare a casa (sì, perchè il motorino ha ben pensato di lasciarmi a piedi proprio sabato pomeriggio). Tassista simpatico. Uno di quei chiacchieroni che non hai proprio voglia di ascoltare, in quelle condizioni lì, con la faccia sfatta, l'umore sotto terra, la stanchezza che ti divora, l'amarezza di trovarsi a 31 anni ridotte così, e la rabbia di non essere al corso di teatro, ancora, per l'ennesima volta, per colpa di un lavoro inutile che troppo spesso premia gli arroganti (meglio se uomini, ovviamente).
Però, ecco, lui è gentile; un vecchietto di origini pugliesi, che se avesse potuto se ne sarebbe scappato dalla Big quarant'anni fa.
Cominciamo a parlare, l'unica voce gentile della giornata. Mi dice subito una cosa (superfluo chiedersi perchè): lavorate troppo. Rispondo che sì, è allucinante, è soffocante, è distruttivo. Non si vive bene, e non lavori nemmeno bene, perchè non puoi costruirti una vita privata che sia una, e quindi sei frustrato, e quindi lavori male e il ciclo è infinito.
Lui aggiunge che si diventa maleducati. Mi racconta qualche aneddoto a proposito di clienti incattiviti, soprattutto donne "perchè voi donne a Milano diventate aggressive per colpa di questa vita"; ribatto che io non sono della Big, ho altre origini anche se ormai chissà più dove sono finite.
Ma lui sostiene che non c'entra, chi arriva qua prima o dopo si trasforma.
E non si stupisce più, dice, di quanto sia brutto vedere che non c'è amore nella Big.
"Non ce' amore?" chiedo.
Mi sostanzia la sua affermazione raccontando che quando era giovane lui le coppie si baciavano per strada a Milano, che al cinema si limonava anche in prima fila, che si andava nelle sale da ballo e si invitavano le ragazze a improvvisare lenti romanticissimi, che le donne avevano gonne meravigliose e avvolgenti e non i pantaloni, come invece usa oggi. Ora lui sul suo taxi e per strada vede solo donne abbrutite, nervose, aggressive, alle quali non si può parlare per paura di ricevere una rispostaccia al posto di un sorriso.
E poi aggiunge il carico da 90: anni fa, tanti anni fa, aveva sentito un'intervista a Memo Remigi, interprete della canzone Innamorati a Milano. Alla domanda "perchè una canzone sull'amore a Milano?" Memo rispose "Perchè a Milano è difficile innamorarsi".

Sapessi 
com'è strano



sentirsi 
innamorati
a Milano
senza fiori
senza verde
senza cielo
senza niente
fra la gente
tanta gente


Arrivata.
Pago.
Sospiro.
E lui aggiunge"Signorina, lei però ha la gonna".
...


lunedì 22 ottobre 2012

Impara l'arte e mettila da parte

Ho comprato un nuovo libro di cucina.
L’ennesimo.
Si vabbè, faccio ridere, lo so.
Però fa arredamento.
Fa Cool.
Sì, perché ora tutti sanno cucinare.
Tutti tranne me, che so fare solo torte.
Scoppiata la moda dei cooking show, improvvisamente ci riscopriamo cuochi perfetti.
E allora si sperimentano piatti al limite della follia (ho sentito qualcuno che ha cucinato un’anatra nella lavastoviglie), pur di stupire e ed essere di più di qualcun altro.
Foto e foto di piatti luculliani preparati in modo sublime grazie alla ricetta di un cuoco tibetano o alle raffinatissime tecniche di un maestro polacco o più banalmente seguendo la Parodi e il suo rosmarino liofilizzato, cene in casa “improvvisate” ma in realtà pensate da mesi, il trionfo della creatività e delle calorie.
Peccato che nei ristoranti della Big si mangi di merda.
A parte qualcuno inaccessibile, tendenzialmente è così. Sono emiliana e con ragionevole supponenza, in questo caso posso permettermelo, da noi è un'altra storia. Anche i piatti regionali o le pietanze tipiche della Ridente sono terribilmente più invitanti di quelli milanesi.
Il milanese nella cucina arranca. Detto ciò non significa che non ci siano posti molto carini e altrettanto buoni dove assaggiare piatti resi commestibili dalla creatività di cui sopra grazie alla quale la cucina della Big prende una piega meno tristanzuola. Spopolano perciò alternative al menù della tradizione che solo a nominarlo mi fa un po’ angoscia, quasi quanto il weekend al Lago.
Nessuno si offenda, ma volete mettere il gnocco fritto (sì, IL non LO, se dici LO non sei emiliano) paragonato ai, che so, nervetti? Riso giallo? Detto risetto con una E talmente aperta che fa venire i brividi.
No dai, nella Ridente, anche se spesso non c’è proprio niente da ridere, i piatti della tradizione fanno allegria anche solo a pronunciarli.
E capisco quelli che, tornando nella Ridente da città più Big per brevi o long weekend, ripartono stipando e nascondendo in valigia salami, formaggio, aceto e quant'altro tra una mutanda e l'altra; è una scena raccapricciante alla Totò e Peppino, una debolezza a cui cedo spesso anche io, muovendomi con sacchetti e sacchettoni pieni di provviste, manco dovesse iniziare la guerra.
Direi che sono molto ricettiva al tema, anche se a malapena so approntare una cena senza l’aiuto del Signor Picard o senza seguire passo a passo una ricetta spiegata davvero passo a passo, che significa non solo scrivere t-a-g-l-i-a-r-e  l-e- z-u-c-c-h-i-n-e- a -r-o-n-d-e-l-l-e, ma dire esattamente come farlo aiutandomi a capire, possibilmente con l’uso di immagini.
Forse sono solo frustrata perché non riesco con facilità? È che non ne ho voglia, ci metto tantissimo tempo, che potrei impiegare in qualcosa di più costruttivo, tipo scrivere il mio blog o farmi le unghie.
Una volta è successo che un’amica, per far capitolare un uomo, ha contattato un delivery, imbastito il tutto e preparato anche il terreno di guerra, ovvero sporcato all’inverosimile la cucina per fargli credere di aver prepararto lei il più buon tiramisù della Big e dintorni.

Io faccio outing così, che ormai è inutile mentire. La soluzione è trovare un uomo che cucini per te, cioè per noi, donne della Ridente e non, ma sicuramente tutte poco massaie.
Uno dei punti fondamentali quando mi imbatto in un maschietto è quindi carpire subito quanto ci sa fare ai fornelli. Non solo se sa arrangiarsi con un uovo sodo, ma proprio se sa cucinare veramente.
Quindi, ragazze, se per caso vi invitasse a salire su a casa, fondamentale osservare, ancor prima della collezione di farfalle, la libreria o mensola sopra lo Smeg rosso fuoco e individuare quanti e quali libri di cucina popolano il suo loft all’ultimo grido, quanto sono impolverati-più o meno dei vostri?- e metterlo alla prova.
E voi, ragazzi, imparate l’arte e mettetela da parte. Alla peggio accumulate libri di cucina e poi seguite la tecnica dell'amica genio, ovvero chiamate un delivery ricordandovi di buttare via contenitori brandizzati e di sporcare ben bene qua e là.
Oppure basta seguire i consigli di lei, Julia Child, icona della cultura popolare statunitense nonché la donna che ha insegnato a cucinare a generazioni di americani. Che di cucina non capiscono nulla, ma lei, che in Francia ha imparato e poi diffuso il verbo nel mondo, è davvero VintaZ.

E Julie &Julia ci fa sentire tutte un po' Julie.

mercoledì 26 settembre 2012

L'uomo che parlava inglese e incantava al tramonto

A quegli imperdibili appuntamenti nella big city, di cui già vi ho parlato, succede di incontrare lui, una bestiolina che meriterebbe uno studio approfondito in laboratorio: l’uomo-trasferito-a-milano-che-ti-parla-inglese (una parola sì e due no.)
Ragazzi, a me fa impazzire, letteralmente. Vado giù di testa. Davvero. Perché uno così innanzitutto ha un coraggio oltre misura e il coraggio è la virtù dei forti si sa, quindi è un uomo forte. Poi la vergogna non sa nemmeno cos’è, perciò è sfacciato e brillante quindi è sicuro.
Dunque abbiamo di fronte un uomo forte e sicuro.
Terzo aspetto, da non sottovalutare, aveva quella cosa, dai quella lì, quella che ho notato subito: l’occhio trombino!
Riassumendo:
Coraggioso
Forte
Sicuro
Brillante
Occhio trombino
Così equipaggiato si aggirava per il party, finchè si imbatte, si scontra, si incontra, si avvicina a me e all’amica.
E in quel momento capisco che quest’uomo, così forte e coraggioso, sarebbe stato il protagonista dei miei pensieri per un po’, almeno fino a quando non avrei scritto questo articolo.
Dopodichè mi auguro di dimenticarlo in fretta, in caso contrario mi rivolgerò alla clinica Lacuna Inc, quella di Eternal Sunshine of the Spotless Mind (in inglese).
Il tizio in questione, a questo punto, ahinoi, apre bocca. E comincia una sconclusionata, terrificante e maldestra filippica su una precedente serata in cui in modo elegante e principesco aveva definito una ragazza, guardandola negli occhi, “una come tutte le altre.” (solo perché questa non gliel'aveva data al minuto due preferendo la compagnia di un ragazzo quantomeno piu gentile, ma dai che stranezze).
Annoiandoci per mezz’ora con sta storiaccia, davvero spinosa eh, parte con l’attacco, l’affondo, il jolly: ci racconta del suo hobby, e lo fa in modo magistrale-incalzato ammetto dalle mie insistenti domande.
Sì, perché a lui piace lanciarsi -anche a me piacerebbe lanciarlo- nel senso di lanciarsi col paracadute. Purtroppo appena saputo che non sono nativa della Big, si è illuminato; pare infatti che nella Ridente ci sia una scuola top per questo tipo di attività. (Non si finisce mai di imparare e soprattutto la Ridente ha mille risorse che nemmeno immaginate). Passato l’orgoglio campanilista, realizzo il dramma, ovvero che lui frequenta codesta scuola. Quindi attenzione, sto tizio trascina la sua carcassa in Emilia, anzi nella Ridente, per provare il brivido felino di jettarsi come un pazzo nel vuoto.
Appurata questa cosa, lui attacca a raccontare del sentiment  totalizzante che si prova a lanciarsi insieme ad altri quattro pirla. Ma soprattutto ci tiene a specificare che si crea un environment emotivo sensazionale. Tale environment però pare raggiunga l’apice al sunset. E mentre lo dice guarda un po’ in su. Sostiene che il senso di freedom che ti invade in quel momento è quanto di più speciale si possa vivere al mondo e che anche io (anche IO) dovrei provare. Se poi il feeling fosse buono allora ci si lancia tutti insieme, yuppy du.
Lui si sente un asceta votato alla joyful e alla leggerezza delle nuvole, un impiegato come tanti (scivolone da finto modesto) che cerca la sua valvola di sfogo, un momento solo suo in cui ritrovare le radici più recondite del passato e purificare l’anima dal male del mondo.
Urca.
Dice che dopo il lancio, lui e gli altri frequentatori della scuola più freak e top d’Italia, vanno a sfondarsi di alcol beati e rilassati, perché hanno svuotato la testa, anche dal cervello forse,  in un trip mistico e liberatorio.
Inutile dirvi che sono rimasta stregata. Inutile ribadire che ora vado a dimenticare.
Peccato solo non essere a Montauk.

lunedì 30 luglio 2012

Ho scoperto l'acqua calda


La dinamica è più o meno la seguente.
Vai a una di quelle feste milanesi che raggruppano un certo tipo di persone, tutti sono o si sentono più o meno artisti, più o meno creativi, più o meno blogger, più o meno fotografi, più o meno qualcosa. E io ci sguazzo.
Durante uno di questi imperdibili appuntamenti si palesa lui, il figo di turno, colui che in una forma o nell’altra se le è passate tutte quelle carine-me compresa. Lui che gli basta uno sguardo e una battutina brillante per farti cadere ai suoi piedi e nel suo letto.
Ora che però sono lucida e splendente lo analizzo in altro modo. Non basterebbe tutto il suo repertorio migliore per farmi cedere, lo stesso che a suo tempo eccome se mi aveva convinta.
Lo osservo e rifletto.
Eh già, lui è fidanzato adesso. Sì, perché dopo un anno o anche più di svolazzamento qua e là pare abbia messo la testa a posto, con una ragazza dotata di una certa bellezza e, apparentemente, anche simpatia. E allora ingenuamente (sì conservo ancora ancora un po’ di ingenuità sepolta da tutto sto cinismo) mi si riempie il cuore, perché mi dico che allora non è proprio solo uno stronzo. È uno che aveva bisogno di metabolizzare una fine prima di cominciare un nuovo inizio. Ci sta, è giusto.
Va beh, lui si aggira senza di lei per questa sera. Ma si sa, mica bisogna sempre presentarsi in coppia ovunque, siamo moderni, tu i tuoi spazi e io i miei (…)
Continuo a studiarlo, è appena arrivato. Si avvicina subito alla sottoscritta e all’amica, e ti accorgi che quell’occhio lì lo conosci fin troppo bene. Lo definirei lo sguardo trombino. Occhietto furbo e assassino, di chi ha già in mente come vuol finire la serata. Ma abbandono il pensiero, lui è fidanzato, foto e foto su facebook con il suo nuovo amore, in spiaggia, al parco, in piscina. Sorrisi e bellezza a profusione, bello lui, bella lei. Tutto bello, quindi.
Decidiamo di bere qualcosa insieme, e lui ci trascina con la sua parlantina e le domande di un certo spessore: prendiamo da bere? Ragazze balliamo un po’? Allora, trombi in giro?
Investita da tutta questa profondità comincio a sentirmi di troppo. Me ne rendo conto. Decido perciò di allontanarmi con un altro amico a  bere l’ultimo mortale Cuba, e giusto il tempo di arrivare al bancone che i due, lui il fico e lei l’amica, stanno limonando.
Tempo dell’operazione: 30 minuti circa dall’arrivo di lui alla festa.
Si intrattengono forse un’altra mezz’ora per poi andarsene, ognuno per i fatti suoi, a casa-lui dalla sua bella si presume.
Fine della storia.

Ora, però, avrei una serie di domande:
mi spiegate cosa spinge un uomo diciamo accoppiato da poco più di un annetto a presentarsi a una festa, fare un rapido giro di ricognizione, imbattersi in una, metterle la lingua in bocca e poi andarsene a casa?
La risposta non è almeno poteva portarsela a letto.
La risposta a me sfugge, seppur  calata in questa dimensione così improvvisata, destrutturata, liquida.
Cos’è? Il bisogno di conferme a 35 anni suonati dopo che per anni hai avuto storie, storielle, e tutte le ragazze che volevi?
Sei rimasto folgorato da lei e non hai resistito? Non credo, vista la rapidità della dinamica.
Eri sbronzo marcio da non capire chi fossi e sei scivolato su questa limonandola un po’ per poi dissolverti senza capire manco il suo nome? mi sembrava lucido a sufficienza.
Forse la risposta è che queste sono le classiche allegre corna, come le ha definite un amico commentando un mio precedente post. Succede, è normale così, meglio prenderne atto. Non rientra nei casi estremi e imperdonabili già elencati, piuttosto rientra in quello che si potrebbe definire un precariato esistenziale e quindi lo assolviamo (?) Boh a me fondamentalmente interessa poco, chissà a lei. Alla bella, che il giorno dopo appariva splendida e splendente in una foto tutta instagram sul profilo di lui.
Mi sento solo di aggiungere che qua c’è della premeditazione. A me è questo che urta e fa incazzare come una iena. Ma anche pensare che, ancora una volta, ho evitato un bel fosso.

mercoledì 18 luglio 2012

L’amore non c’entra.


Nel mio girovagare a fondo non ho intenzione di aprire una discussione sull’eterna e spinosa questione delle corna. No, perché non ne usciamo vivi.
Bensì, vorrei soffermarmi su una conversazione a cui ho partecipato, ma anche non partecipato, perché poi a un certo bel punto-sempre quello con il 3 davanti- è più dignitoso starsene zitti e ascoltare.
Pare, secondo questa visione, che un bel paio di corna, tutto sommato, si possa anzi si debba perdonare. Sempre.

E allora mi sono chiesta: sempre sempre? Cioè, non ci sono eccezioni? Tipo, invento, così per assurdo, anche se lui fa un figlio con un’altra (mentre sta con te, si intende)? Oppure anche se ti stai per sposare e immediatamente prima –e chi lo sa poi durante- ti sei passata come un telepass questo mondo e quell’altro? O che ne so, anche se lui continua ad assillare la ex, e la ex ex, e la ex ex ex?
La risposta c’è, ed è la seguente: sì, si deve sempre perdonare, sempre sempre……………….. dai 30 in su.
Eccerto, perché dopo i 30, e parlo dei 31/32, se becchi il tuo uomo o la tua donna che si fanno ripassare da qualunque essere vivente e non, si può chiudere un occhio di fronte all’immane, immensa, insostenibile, inconcepibile fatica di rimettersi in discussione a questa età e aggiungo io in questo luogo e in questo contesto.

Cioè, non sono parole mie, io riporto i fatti.

Ma ti pare che ricominci tutto da capo, a questa età? Che ti trovi da solo, devi conoscere qualcuno di nuovo, devi ricostruirti una tua vita che sia solo tua.. e la famiglia? E il matrimonio? (che anche se non ancora deciso ci sarà). Fai saltare tutto così?  Per un innocente corno senza alcun significato?
Suvvia, non scherziamo.

Ah, l’amore non c’entra niente, ma penso si fosse capito.